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quinta news

Al fin dell'opra, poste le mense, a banchettar si diero, e del cibo egualmente ripartito sbramârsi tutti. Del cibarsi estinto e del bere il desìo, d'almo lïeo coronando il cratere, a tutti in giro ne porsero i donzelli, e fe' ciascuno, libagion colle tazze. E così tutto cantando il dì la gioventude argiva, e un allegro peàna alto intonando, laudi a Febo dicean, che nell'udirle sentìasi tocco di dolcezza il core. Fugato il sole dalla notte, ei diersi presso i poppesi della nave al sonno. Poi come il cielo colle rosee dita la bella figlia del mattino aperse, conversero la prora al campo argivo, e mandò loro in poppa il vento Apollo. Rizzâr l'antenna, e delle bianche vele il seno dispiegâr. L'aura seconda le gonfiava per mezzo, e strepitoso, nel passar della nave, il flutto azzurro mormorava dintorno alla carena. Giunti agli argivi accampamenti, in secco trasser la nave su la colma arena, e lunghe vi spiegâr travi di sotto acconciamente. Per le tende poi si dispersero tutti e pe' navili. Appo i suoi legni intanto il generoso Pelìde Achille nel segreto petto di sdegno si pascea, né al parlamento, scuola illustre d'eroi, né alle battaglie più comparìa; ma il cor struggea di doglia lungi dall'armi, e sol dell'armi il suono e delle pugne il grido egli sospira. Rifulse alfin la dodicesma aurora, e tutti di conserva al ciel gli Eterni fean ritorno, ed avanti iva il re Giove. Memore allor del figlio e del suo prego, Teti emerse dal mare, e mattutina in cielo al sommo dell'Olimpo alzossi. Sul più sublime de' suoi molti gioghi in disparte trovò seduto e solo l'onniveggente Giove. Innanzi a lui la Dea s'assise, colla manca strinse le divine ginocchia, e colla destra molcendo il mento, e supplicando disse: Giove padre, se d'opre e di parole giovevole fra' numi unqua ti fui, un mio voto adempisci. Il figlio mio, cui volge il fato la più corta vita, deh, m'onora il mio figlio a torto offeso dal re supremo Agamennón, che a forza gli rapì la sua donna, e la si tiene. Onoralo, ti prego, olimpio Giove, sapientissimo Iddio; fa che vittrici sien le spade troiane, infin che tutto e doppio ancora dagli Achei pentiti al mio figlio si renda il tolto onore. Disse; e nessuna le facea risposta il procelloso Iddio; ma lunga pezza muto stette, e sedea. Teti il ginocchio teneagli stretto tuttavolta, e i preghi iterando venìa: Deh, parla alfine; dimmi aperto se nieghi, o se concedi; nulla hai tu che temer; fa ch'io mi sappia se fra le Dee son io la più spregiata. Profondamente allora sospirando l'adunator de' nembi le rispose: Opra chiedi odiosa che nemico farammi a Giuno, e degli ontosi suoi motti bersaglio. Ardita ella mai sempre pur dinanzi agli Dei vien meco a lite, e de' Troiani aiutator m'accusa

 

 

 

 

 

pagina inserita lunedì 10 marzo 2014

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to tenerla in signoria, tal sendo che a Clitennestra pur, da me condutta vergine sposa, io la prepongo, a cui di persona costei punto non cede, né di care sembianze, né d'ingegno ne' ...
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